Il giorno della memoria

Enrico Luschi • 27 gennaio 2025

Chiusa la parentesi baseball, SdP torna agli antichi fasti

Oggi è la giornata della Memoria e questo è un post lungo e non facile da leggere, per cui il mio consiglio è di continuare a scorrere oltre e mettere like invariabilmente a post con foto di bottiglie di vino, post con utilizzo della parola genocidio più o meno a casaccio, post sponsorizzati di scarpe in offerta, post con ragazze mezze nude, sfide di calisthenics e così via.

Oggi è la giornata della Memoria, con cui si ricorda l'ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz, nel territorio di quella che oggi è Polonia, da parte delle truppe sovietiche. Di fatto la prima presa d'atto concreta di ciò che era la macchina di sterminio totale realizzata dal Terzo Reich, ideata e architettata in particolare da Hitler, Himmler (il capo delle SS con la quella faccia da topolino rancido) e Eichmann (il comandante delle SS ossessionato dagli ebrei che scappò in Argentina e fu preso dal Mossad; prima della condanna a morte dichiarò "Salterò nella mia tomba ridendo, perché la sensazione di avere sulla coscienza cinque milioni di esseri umani è per me fonte di straordinaria soddisfazione").

Ma se la Memoria vale a qualcosa, vale, ad esempio, a ricordare il senso delle parole. Oggi si è largamente sdoganata la parola genocidio. "Israele stato genocida" è quanto normalmente capita di incrociare in quello scorrere social di cui sopra, per post spesso rilanciati da amici, conoscenti o anche solo contatti virtuali, che magari subito dopo postano invece la foto del cane, della palestra o dell'ultima serie TV.

Distrattamente, come da prassi contemporanea, si afferma ciò. Tra i tanti, ci sono anche coloro che, più consapevoli, lo affermano in forza del respingimento, da parte della Corte di Giustizia dell’Aia, della richiesta di archiviazione avanzata da Israele riguardo alle accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Tel Aviv nell’ambito della guerra a Gaza.
Questo però - e chiunque può arrivarci - non può essere una ragione per dire "Israele genocida". Può tuttavia esserlo se si ha una buona dose di pregiudizio. Ad ogni modo, la Corte valuterà la fondatezza di quelle accuse secondo le regole di un procedimento che sarà assai lungo, ma nel frattempo la guerra a Gaza si è sospesa e per la seconda volta Hamas ha accettato di liberare ostaggi israeliani in cambio di una tregua.

A partire dallo scoccare del cessate il fuoco, i miliziani di Hamas sono usciti al sole, hanno mostrato di nuovo i loro passamontagna con la fascia verde sopra la fronte, hanno mostrato i propri kalashnikov e in alcuni casi anche i propri pick-up con mitragliatrici. Sono usciti dai campi profughi dove si sono spesso fatti scudo di civili disarmati e dai tunnel che ancora esistono a Gaza nonostante mesi di bombardamenti e lavori di corpi speciali per la loro individuazione. Quei tunnel erano in una quantità enorme, una gigantesca città sotterranea su più livelli, realizzata con passaggi ventilati, aerazione, illuminazione, in alcuni casi connettività internet, scorte di acqua, di cibo, di armi, di munizioni per una quantità considerevole di miliziani. La spesa per realizzarli è difficilmente calcolabile, non ho trovato stime concordi, ma siamo nell'ordine delle decine di milioni di euro. Molte decine. Questo può dare un'idea di come la gestione dei finanziamenti e degli aiuti che arrivano nella Striscia sia controllata da Hamas. 
Questo può anche dare un'idea di come quei tunnel siano ad esclusivo utilizzo dei miliziani di Hamas. I civili vengono lasciati alla mercé dei bombardamenti israeliani in risposta ad una duplice strategia: quella che vuole che al riparo ci stiano solo i miliziani e quella che vuole che più vittime civili ci sono, maggiore sarà la pressione sul governo israeliano per interrompere le azioni militari. Se qualcuno avesse dei dubbi sul fatto che questa sia la strategia di Hamas consiglio di sospendere lo scrolling social per dedicarsi alla ricerca dei video appelli di Ismael Hanyeh, ex capo politico di Hamas fino alla sua uccisione a Teheran nel luglio dello scorso anno, in cui questa strategia viene propagandata e rivendicata a viso aperto.

Se l'alta percentuale di vittime civili di questo conflitto è sorprendentemente alta, trovo irragionevole negare che questo sia in buona parte dovuto alla volontà - espressamente dichiarata - di Hamas. Del resto, se si ragiona con il cinismo fanatico di quel che è diventato il neonazionalismo palestinese sviluppato da Hamas in alleanza con il messianesimo suicida khomeinista [se qua serve qualche approfondimento chiedete pure], operare per favorire un alto numero di vittime civili come strategia di lotta, risponde ad una logica del tutto coerente. I civili disarmati non servono alla causa, ma il loro sangue - quello sì - può diventare un'arma contro Israele e allora è bene che quest'arma venga messa a disposizione della causa; questa una traduzione del pensiero di Hamas esplicitato da Hanyeh. Una strategia spietata e purtroppo, va riconosciuto, condotta con successo sino ad ora.

Nel corso dei mesi di guerra, tuttavia, Hamas ha visto ridursi il proprio potere. Non solo, ma l'alleato Hezbollah è stato fortemente ridimensionato, l'alleato siriano, Bashar al-Assad, ha dovuto ripiegare in Russia, ospite di Putin, gli Houthi hanno dovuto ridurre il proprio raggio d'azione e l'Iran ha perso ulteriore terreno e ha dovuto inasprire la repressione verso un'opinione pubblica interna sempre più ostile alla dittatura dei chierici. 
A margine si dovrà pur notare come i migliori alleati della cosiddetta "resistenza palestinese" di Gaza, siano stati, ad oggi, il peggio dei regimi repressivi e dispotici disponibili in quella parte di mondo. Questa constatazione varrebbe qualche domanda e qualche riflessione? Poi qualcuno si potrà pure indispettire, ma così è se vi pare e se non vi pare così è lo stesso.

Ma torniamo alla questione genocidio. Con Hamas nella posizione di massima debolezza il governo israeliano accetta un cessate il fuoco per la liberazione dei rapiti su suolo israeliano del 7 ottobre e per la restituzione dei corpi di coloro che sono morti durante la detenzione. Già qui c'è una crepa logica negli argomenti di chi sostiene una volontà genocida da parte di Israele: una volontà genocida non si arresta quando il nemico è più debole, anzi, è proprio allora che l'occasione di ottenere il risultato sperato - il genocidio - è più a portata di mano. Non solo, ma Israele accetta condizioni pesanti come quelle di liberare 50 detenuti palestinesi con condanne ad almeno un ergastolo, in cambio della liberazione di ogni rapito e di ogni rapita. Anche qui si fatica a giustificare questo agire con una volontà genocida.

Ma qua, visto che stiamo parlando di giorno della Memoria, proprio la memoria aiuta a coltivare speranza. E la speranza è proprio il ritorno di Israele alla logica della trattativa e non a quella dello sterminio (al netto di quanto sta avvenendo nel West Bank che invece vede una serie di crimini commessi da cittadini israeliani ai quali non sempre viene posto freno tempestivo dalle forze di sicurezza).

Dicevo della logica della trattativa. Accettare il rilascio di detenuti condannati per crimini di terrorismo non è una cosa banale e per capirlo bene vi racconto la storia più esemplare che ricordi a memoria (giustappunto): quella di Samir Kuntar, druso (se sapete cosa ciò significhi, e non è banale) libanese, membro di quello che allora era il Fronte di liberazione della Palestina.

Continuate a leggere solo se sapete affrontare letture che generano dolore.

È il 22 aprile 1979. Quella sera Samir Kuntar e tre suoi compagni hanno appena finito di stivare armi, munizioni ed esplosivi a bordo di un gommone ormeggiato sulle spiagge di Tiro, nel Sud del Libano. Il 17enne Samir è il più giovane, ma il più determinato del gruppo. I comandanti del Fronte della Liberazione della Palestina di Abu Abbas non l'hanno scelto a caso. È veloce con le armi, senza scrupoli e senza paura. Perfetto per una missione senza speranze a Naharia, la città israeliana sul Mediterraneo, dieci chilometri a sud del confine libanese. I quattro approdano verso mezzanotte, s'addentrano nella città assonnata. Un poliziotto li vede, s'insospettisce. Una raffica lo fulmina. 

Samir Kuntar e i suoi si rifugiano al 61 di Jabotinsky street, sfondano la porta della famiglia Haran, entrano con i kalashnikov spianati. Danny Aran, 28 anni, li vede entrare, alza le mani, fa da scudo alla figlioletta Einat di 4 anni. Sua moglie Smadar resta in camera da letto, afferra Yael, la bimba di 2 anni, le mette una mano sulla bocca, la spinge sotto il letto, le affonda la testa nel seno per non farla strillare. 

Samir Kuntar e i suoi intanto spingono Danny ed Einat verso la spiaggia. Ma la polizia gli è alle calcagna. Due terroristi cadono colpiti. Kuntar decide di vender cara la pelle. Prima spara in testa a papà Danny, davanti alla figlia, poi afferra la testa di Einat, una bambina di 4 anni, gliela fracassa sugli scogli. Finisce l'opera con il calcio del fucile. Fino a quando Einat non urla, non si lamenta, non respira più. Uccisa con la testa spaccata. Solo allora lui e il suo compagno s'arrendono. Non vengono uccisi, ma fatti prigionieri. Si salvano la vita.

Prima di proseguire vorrei che prendeste qualche secondo per visualizzare come è fatta una bambina di 4 anni. Come è fatta fisicamente. Guardate la foto di una bambina di 4 anni.
Ok. Ora proseguiamo.

Perché nell'appartamento della famiglia Hadar l'orrore continua. 
Smadar non sente più sparare, molla la bocca della figlioletta, ma Yael non si muove, non parla. È morta anche lei soffocata, stritolata involontariamente nella stretta della madre terrorizzata. 
Di Smadar, di suo marito, di quelle due bimbe nessuno oggi si ricorda più.
In nome di una trattativa di pace, nel 2008 Israele accettò una condizione che sembrava inaccettabile. E liberò Samir Kuntar.
Liberò un uomo capace di fracassare col calcio del fucile la testa di una bambina di 4 anni, dopo aver ucciso suo padre davanti ai suoi occhi.
Una volta liberato, Kuntar venne celebrato come eroe da Hezbollah, da varie sigle palestinesi e decorato con medaglia al valore dal regime siriano.
Trattare per salvare anche solo una vita, trattare per ottenere la pace o il suo miraggio, trattare per riportare ai propri cari il corpo di un ragazzo, di una ragazza o di un bambino (Israele ha spesso dovuto trattare con varie sigle del terrorismo arabo che non restituivano i corpi di persone assassinate). Trattare e accettare condizioni anche le più infami e dolorose. 
Lì c'è la sola speranza, lì c'è tutta la speranza che la memoria consente.
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Nella foto, Samir Kuntar dopo la liberazione che viene festeggiato come eroe, in Siria, dal regime degli Assad. Fa il saluto nazista come d'usanza tra molti suoi amici ed ex colleghi, non di rado celebrati come "resistenti" nelle piazze italiane e distrattamente nei feed social.
Un raid israeliano durante la guerra in Iraq e Siria lo uccise il 19 dicembre 2015. Kuntar stava combattendo al servizio del regime di Assad.
Per qualcuno anche Samir Kuntar era un eroe della resistenza o addirittura della Resistenza. Del resto non sono pochi nemmeno coloro per cui era Resistenza anche quella del 7 ottobre.
Non me ne stupisco.
Ne prendo atto.

Buona giornata della Memoria.

Tommaso Ciuffoletti

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